La forza delle storie

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di: Paola Zannoner. Oz in ebraico significa “forza“. Un nome perfetto per Amos Oz, scrittore di massima tempra, di grande carisma oltre che di altissima qualità letteraria. La forza stava nelle sue storie affascinanti, in parte tratte dal suo inesauribile materiale biografico, che ha assunto diverse forme letterarie, sia per adulti, per esempio con “Una storia di amore […]

di: Paola Zannoner.

Oz in ebraico significa “forza“. Un nome perfetto per Amos Oz, scrittore di massima tempra, di grande carisma oltre che di altissima qualità letteraria. La forza stava nelle sue storie affascinanti, in parte tratte dal suo inesauribile materiale biografico, che ha assunto diverse forme letterarie, sia per adulti, per esempio con “Una storia di amore e di tenebra” (Feltrinelli, 2002, tutti i suoi libri sono stati tradotti da Elena Lowenthal)), sia per ragazzi con “Una pantera in cantina” (Bompiani 1995): la propria infanzia e adolescenza a Gerusalemme occupata ancora dagli inglesi prima che nascesse lo Stato ebraico, l’origine nell’antica Europa orientale della famiglia Klausner, cognome che poi lo scrittore cambiò in “Oz”, appunto “forza” quando  andò a viver quindicenne nel kibbutz di Hulda.

Ma Amos Oz era il primo a metterci in guardia: “tutto è autobiografia e niente è autobiografia” scriveva, cercando di riaffermare il concetto di invenzione letteraria che utilizza il materiale autobiografico ma lo trasmuta, lo rende drammatico, avvincente, affascinante, e universale. 

La narrazione, sosteneva, è antichissima “secondo me addirittura più antica della sessualità umana” ha detto nell’ultima conferenza (cui ho fortunatamente assistito), tenuta a Taormina a giugno. “Perché a differenza della sessualità animale, quella umana ha bisogno di affascinare l’altro attraverso le storie.”  

Amos Oz era scrittore di calibro globale, tradotto e letto in tutto il mondo, e autore d’impegno civile che ha sempre dichiarato la propria posizione pacifista, per il dialogo e la tolleranza tra le culture e i popoli, in considerazione soprattutto del contesto israeliano in cui viveva. Per anni Oz ha vissuto nei territori palestinesi, e nei suoi romanzi ha espresso quel pensiero dialogico che permette di non schierarsi su posizioni estreme, chiuse e faziose, ma consente di aprirsi all’alterità. Uno dei suoi romanzi per me più belli, “Giuda”(Feltrinelli, 2014), mette in scena il tema del tradimento da contrapporre alla rigidità ideologica: chi è il traditore, infine? E a quale idea, a quale progetto?

“La parola rivoluzione” ha dichiarato a Taormina, “è inflazionata… Da duecento anni a questa parte la rivoluzione ha fatto versare troppo sangue. Rivoluzione è una parola affascinante, emozionante, ma io preferisco la parola evoluzione.” E’ un argomentazione che ritroviamo in un piccolo saggio scritto qualche anno fa, “Contro il fanatismo” (Feltrinelli, 2004). 

Chi pretende la felicità per i popoli, porta alla loro rovina, sostiene nel libretto, mentre è meglio per tutti, per le persone e per i popoli, vivere in una sorta di melanconia, di relativa tristezza. “Alla fine delle tragedie di Shakespeare sul palco ci sono solo morti” ha detto ancora, sorridendo, durante la conferenza. “Checov invece conclude con una certa tristezza, ma i personaggi sono tutti vivi.”

Leggere questo piccolo importantissimo folgorante saggio credo sia molto utile, per noi adulti e per i nostri Libernauta, per i ragazzi che vogliono conoscere, e certamente “evolversi”, attraverso la lettura.