Venticinque anni e Libernauta: il mio concorso di ieri

Ricordo giorni in cui non sapevo ancora leggere: le lettere non avevano significato per me, ma suscitavano la mia curiosità. Ricordo quando cominciai a comprenderle e a voler decifrare ogni frase come se fosse un bisogno necessario. Poco tempo dopo, grazie ai miei genitori, scoprii il mondo dei libri, il potere che le storie hanno […]

Ricordo giorni in cui non sapevo ancora leggere: le lettere non avevano significato per me, ma suscitavano la mia curiosità. Ricordo quando cominciai a comprenderle e a voler decifrare ogni frase come se fosse un bisogno necessario.
Poco tempo dopo, grazie ai miei genitori, scoprii il mondo dei libri, il potere che le storie hanno di trasportarti altrove e farti viaggiare ovunque, persino nel tempo; ebbi l’occasione di vivere situazioni bizzarre e meravigliose, di conoscere luoghi, persone e avvenimenti che non avrei mai potuto incontrare se non avessi prestato attenzione alla parola scritta.
Da allora ho capito che ogni libro è l’espressione di necessità universali: l’essere umano non potrebbe vivere senza libri e, qualora potesse, non potrebbe definirsi davvero completo.
Credo che la lettura mi abbia fornito uno degli strumenti più importanti: oltre a sviluppare la mia immaginazione, ha dato forza alle mie opinioni. Quando si hanno quattordici, quindici o sedici anni, non ci sono moltissime occasioni di far sentire la propria voce al di fuori del contesto familiare e scolastico, anche se si avverte con forza l’urgenza di dare un contributo al mondo. Ecco perché considero molto importanti le opportunità di espressione che mi si sono presentate non tantissimi anni fa, quando ero un’adolescente: tra queste, una delle più particolari è stata il concorso Libernauta. Cosa vi era d’insolito in questa iniziativa?
La grande libertà che veniva concessa a me, una quattordicenne qualunque, di scrivere e di dire la mia! Le regole erano chiare: leggere almeno quattro dei libri proposti e un altro libro a mia scelta e recensirli, utilizzando schede apposite che venivano consegnate al momento del prestito in biblioteca.
Io, accanita lettrice, mi entusiasmai all’idea di poter scrivere i miei “pensieri di lettura” in libertà, perché sentivo che avrei potuto, in qualche modo, dare un contributo al mio mondo preferito.
La recensione apparteneva a me direttamente: la lettura mi aveva aiutata a formare un pensiero critico, la scrittura mi dava la chance di esprimerlo, il concorso mi esortava a farlo con naturalezza, secondo le mie esigenze.
Nonostante tutto, non fu semplice: pensare è una cosa, tradurre il pensiero in parola scritta è un’altra, soprattutto nel caso in cui si debba comunicare un proprio punto di vista entro un certo numero di righe.
Tuttavia, ci presi gusto: dopotutto, ero una Libernauta, una navigatrice tra i libri, e non mi sarei di certo arresa di fronte alle prime avversità. La soddisfazione di recensire mi è rimasta addosso e ancora me la porto dietro, a distanza di anni.
Tra i libri letti per Libernauta, mi ricordo il divertente “A.S.S.A.S.S.I.N.A.T.I.O.N.- L’incomparabile avventura del figlio segreto di Sherlock Holmes”, di Guido Sgardoli, “Il club dei padri estinti” di Matt Haigh, un romanzo di tutt’altro genere, introspettivo e d’impatto, poi
“Gli effetti secondari dei sogni” di Delphine de Vigan, che è tuttora uno dei miei libri preferiti, insieme a “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret” di Brian Selznick (da cui è stato tratto un bellissimo film!).
Libernauta non è stato solo un concorso per me, solo una tesserina con il mio nome e il numero d’iscrizione, solo un libro o una scritta colorata sul fondo bianco di una maglietta: è stata una parte della mia adolescenza che mi ha insegnato a mettermi in gioco e a registrare le mie impressioni, una palestra di scrittura che mi ha accompagnata mentre crescevo e cercavo di capire il mio posto nel mondo, una ricorrenza a cui partecipavo con piacere ogni anno.
Nonostante abbia oltrepassato l’età massima per partecipare al progetto (sigh!), ancora oggi sento di essere una Libernauta e ne vado fiera.

Ilaria Belvedere