Ciudad Juarez. L’inferno in terra

 

Ciudad Juarez: non esiste persona debitamente informata che non conosca questo nome a causa della sua triste e violenta reputazione. Da anni la città della provincia messicana del Chihuahua è considerata a livello internazionale tra le più pericolose al mondo. Questo scioccante titolo è dovuto alle costanti lotte per il narcotraffico tra i vari cartelli che si contendono il territorio. Dopo la morte del leader indiscusso Amado Carrillo nel 1997, la città è caduta vittima di una costante guerriglia per il controllo delle zone di confine culminata nel 2004, anno in cui il cartello di Sinaloa, diventato sempre più forte grazie all’ormai (eternamente?) recluso Joaquìn “El Chapo” Guzmàn, a cui Netflix ha dedicato una serie sulle sue famose fughe dalle carceri messicane, ottenne il controllo della città fino ad allora capitanata dal Cartello di Juarez. Questa città è infatti uno snodo importante per il traffico di sostanze stupefacenti da e per gli Stati Uniti d’America, in quanto si trova a poche decine di miglia dagli USA, più precisamente confinante con la città texana di El Paso, e a solo quattro ore di strada da Albuquerque, la città texana nota a tutti grazie alla serie Breaking Bad.
Ciudad Juarez però è altresì nota per un altro primato: si stima che sia infatti la città con il più alto tasso di femminicidio al mondo. I dati, sempre basati su delle stime poiché è noto come Ciudad Juarez sia in realtà una città-cimitero, con migliaia di corpi mai rinvenuti e sepolti ovunque, ci danno l’impressione di una situazione a dir poco mostruosa: nel 2009 si stima che siano state uccise 2500 persone; nel 2010, si stima che siano state assassinate 247 donne, prevalentemente giovani e di origini povere. Per dare piena idea di queste cifre è però necessario un confronto: Ciudad Juarez conta circa 1 milione e 400 mila abitanti; in Italia, un Paese di oltre 60 milioni di abitanti, nel 2017 ci sono stati in totale circa 357 omicidi, di cui 123 donne. Il rapporto è dunque impietoso: a Ciudad Juarez viene uccisa una persona ogni 560 abitanti; in Italia ogni 168 mila.
La fama di questa città è tale da renderla presente con tutta la sua carica negativa sia nella letteratura che nel mondo del cinema: oltre alle serie tv prima citate, Ciudad Juarez è stata l’ambientazione principale dei film Frontiera (1982) e Bordertown (2006). Nei libri se ne può trovare indirettamente traccia anche nei capolavori 2666 e La parte dei delitti di Roberto Bolaño. La rivista Internazionale ha dedicato il numero 796 del 2009 a uno splendido quanto agghiacciante reportage che aveva a oggetto la vita di un sicario dei cartelli messicani. Sicario e poliziotto assieme, poiché chiunque abbia una pistola a Ciudad Juarez è obbligato ad affiliarsi a uno dei cartelli operanti se tiene alla propria sopravvivenza.
Sebbene negli anni la situazione sia migliorata, con Chicago che nel 2016 ha tolto alla città messicana il primato per il numero di omicidi, la popolazione vive nella costante paura che nuove guerre per il controllo del paese riporti la città in una spirale di violenza autodistruttiva. I ponti che collegano Ciudad Juarez a El Paso superando il Canal Grande, vengono quotidianamente attraversati illegalmente da immigrati messicani che si rifuggono nella clandestinità americana pur di salvarsi. Sotto quei ponti, ancora oggi vivono centinaia di famiglie in attesa che qualcuno, qualcosa, qualunque cosa, dia loro una speranza cui aggrapparsi.
Il libro Santa Muerte ci dimostra, ancora una volta, come la realtà spesso possa superare ogni più orrida e violenta fantasia.

Testo: Nicolas Cunial