22 pensieri su “Kentuki

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    Martina Irinei dice:

    Il libro è abbastanza bello, nonostante, secondo me, c’è un po’ troppa confusione con tutte le storie. Però contiene un significato molto attuale che ho apprezzato tanto: la tecnologia che, ormai, è incontrollabile con cui ognuno può farsi i fatti degli altri. Il pezzo finale mi è piaciuto particolarmente perché riesce a farti capire cosa vuole che l’autrice tu capisca. La scrittrice,oltretutto, mi sembra dotata di grande abilità e fantasia. Nonostante la confusione che ti mette un po’ all’inizio, consiglio vivamente questo libro, davvero sconvolgente.

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    Anna Rugiati dice:

    Possono essere conigli, topi, corvi o addirittura draghi; i Kentuki sono animaletti di peluche dotati di ruote per muoversi e telecamere negli occhi per permettere a chi controlla il Kentuki di osservare l’ambiente circostante. Nel momento in cui si acquista un Kentuki si hanno due scelte: comprare il peluche e diventarne il padrone oppure o comprare il codice di connessione ad un peluche per vivere la sua vita in un altro posto; si hanno due scelte: essere o avere? permettere ad uno sconosciuto di avere accesso alla tua intimità o osservare per ore ed ore una persona qualsiasi? Per legare due persone a questa particolare intimità viene solo richiesta una connessione ad internet. Le combinazioni possono essere tra le più varie: una vedova può far parte della vita di una giovane donna tedesca, la fidanzata di un noioso artista riempie i suoi vuoti emotivi con un corvo inquietante o un ragazzo non bravo a scuola può decidere di avere una seconda vita di cui potersi vantare con i suoi compagni di classe. In tante diverse storie Samanta ci mostra come la tecnologia abbia il controllo su di noi e quanto questa sia in grado di condizionarci e controllarci: all’interno del libro troviamo spesso riferimenti a telegiornali che dicono: “tutti ormai ne possiedono almeno uno”, “sono ovunque”, ci sono Kentuki che si suicidano, che vengono volontariamente uccisi dai loro padroni o torturati, Kentuki pedofili o che approfittano della vita dei padroni per trarne un guadagno. Questi piccoli peluche descritti da Samanta creano dipendenza nel libro come la tecnologia la crea nella vita reale. In una delle diverse storie una ragazza dice:”Che cos’era questa stupida idea dei Kentuki? Che cosa faceva tutta quella gente che si aggirava sui pavimenti delle case altrui, che guardava come l’altra metà del genere umano si lavava i denti?”. Effettivamente che bisogno c’è, perché le persone spendono ore ad osservare vite che non sono le loro, che hanno lo stesso merito di essere vissute. Non esiste una vita umana migliore di un’altra e quindi più degna di essere vissuta, ogni vita è bella perché unica e diversa dalle altre.

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    Teresa Pacciotti dice:

    La storia è incentrata su peluche tecnologici, detti Kentuki, che mettono in contatto persone provenienti da diverse parti del mondo. Queste persone interagiscono nei rispettivi ruoli: una possiede il pupazzo, mentre l’altra ha un account che riesce a controllarlo per mezzo di un computer. Il peluche ha possibilità di muoversi e ha una telecamera al suo interno. La storia incute timore perché i Kentuki riescono ad osservare i personaggi durante la loro vita quotidiana. Quando l’ho letto ho subito pensato che non mi sarei mai fidata di un peluche comandato da una persona che non conosco, una persona che riuscirebbe ad osservarmi. Il libro mi è piaciuto, anche se il ripetersi di storie simili mi ha un po’ annoiata. La cosa che invece mi ha colpito è la relazione tra i Kentuki e le persone che li possiedono: i personaggi considerano i pupazzi come amici o animali da compagnia, perché si sentono soli e cercano di trovare un sostegno virtuale. Tutti comprano questi pupazzi semplicemente perché tutti ne posseggono uno. La vita dei pupazzi è legata ad una ricarica; questo significa, che se i proprietari si dimenticano di caricarlo, quest’ultimo “muore” per sempre. Consiglierei questo libro perché fa riflettere sul fatto che le amicizie devono essere vere e non virtuali, come quelle che hanno i protagonisti nel libro. Una seconda riflessione che ho fatto leggendo il libro è stata che anche la tecnologia, come tutto, ha sempre due aspetti: il lato positivo e negativo dipende esclusivamente dall’uso che se ne fa. Infatti, tra i personaggi, c’è chi usa il pupazzo per bullizzare, altri che lo utilizzano per avere compagnia, altri per guadagnare rivendendo gli account e in una delle storie addirittura il pupazzo permette di salvare una bambina che era stata rapita.

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    Irma Lavic dice:

    ho trovato questo libro stupendo.
    la trama mi ha un sacco appassionato è l’ho letto in pochi giorni.
    questo libro rispecchia la parte oscura della società moderna, il lato malsano dell’uomo e delle sue perversioni.
    consiglio vivamente a tutti di leggerlo.

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    Edoardo Miliani dice:

    Questo libro mi ha inquietato. E non quel tipo di inquietudine di chi non è sicuro di aver chiuso a chiave la porta di casa o di chi passa vicino ad un posto di blocco cosciente di aver dimenticato patente e libretto. No, un altro tipo di inquietudine; più vicina alla paura che all’ansia o allo stress, una sensazione viscerale che nasce dalle domande senza risposta e si propaga velocemente nell’inconscio del lettore che, suo malgrado, non riesce a staccare gli occhi dalle pagine del libro che lo logora e lo affascina allo stesso tempo. Bellissimo.
    L’autore, a mio parere, è riuscito a trasmettere questa sequenza di emozioni mediante la creazione di un ambiente sconosciuto al lettore, nel quale egli si senta spaesato e incredulo agli avvenimenti intorno a lui. Ad esempio, molte volte non si riesce a capire molto bene la situazione del protagonista e dei suoi amici; ciò fa in modo di lascarci stupefatti e, nella maggior parte dei casi, inorriditi, quando vediamo compiute azioni violente o rabbiose.
    Il fatto che il lettore non riesca a comprendere appieno le situazioni intorno, secondo me, è anche dato dal fatto che kentuki e padrone, salvo poche eccezioni, rappresentano due “facce della stessa medaglia” completamente diverse ed estranee fra loro. Lo scrittore, quindi, sia che narri dal punto di vista di un kentuki sia che narri da quello di un padrone, non potrà mai dare al lettore un quadro completo dei pensieri e delle azioni dell’altra faccia, creando così quel senso di ansia e paura di cui avevo accennato prima.
    In conclusione, giudico questo romanzo brillante e sconvolgente, capace di interessare e di intrattenere in modo sublime chiunque. Un vero e proprio capolavoro.

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    Gemma Sensi dice:

    Kentuki è un romanzo che racconta le vicende e il rapporto delle persone con esseri robotici chiamati “kentuki”. I Kentuki, appunto, sono degli animaletti di peluche robotici con sembianze di animale, ma al posto degli occhi hanno due telecamere. Loro convivono con i loro padroni umani e sono diffusi in tutto il mondo. Tutti vogliono avere un Kentuki, dai bambini alle persone adulte, ma devono avere un accesso a internet. Tramite questi robot si può osservare a chilometri di distanza la vita di un’altra persona, ma in particolar modo osservare le sue abitudini, la sua vita privata, capire i suoi desideri e molto altro. Si può decidere se essere un kentuki o un padrone, il quale controlla e muove il robot. Mi è piaciuta la scelta narrativa di raccontare diverse storie da diversi punti di vista anche se i racconti erano troppi, molti dei quali non conclusi. Secondo me sarebbe stato meglio descrivere un numero limitato di storie e durante il romanzo narrare le loro vicende. In questo libro vengono trattati diversi argomenti di attualità come per esempio la solitudine delle persone anziane, che è colmata dalla presenza dei kentuki. È un romanzo che riesce ad unire la fantasia con la realtà, dato che umanizza i robot a tal punto che si comportano come veri e propri amici, con cui parlare o passare del tempo insieme.

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    Lara Villani dice:

    Essere o possedere un Kentuki? È la domanda che mi è ronzata in testa durante l’intera lettura. Inizialmente ero più incline all’opzione di «essere», probabilmente perché il mio carattere riservato e a tratti solitario mi avrebbe portata ad odiare la condizione per la quale dovessi convivere con un perfetto sconosciuto. Eppure è la stessa cosa che accade quando si decide di prendere un animale domestico, il quale diventa parte integrante della nostra vita, della nostra casa e del nostro quotidiano. Però, riflettendoci, ciò che mi fa accettare la convivenza con un animale è proprio il fatto che lui non possa giudicare le mie azioni, dare pareri o anche ricordare per suoi scopi personali ciò che faccio e ciò che dico. D’altro canto, ragionando sempre su me stessa, neanche essere un Kentuki sarebbe la mia opzione definitiva. Perché insediarsi e rifugiarsi nella vita di qualcun altro invece di arricchire la propria? Perché perdere ore con un tablet tra le mani quando si potrebbero fare tante altre cose per se stessi? La solitudine, un concetto che ho riscontrato molteplici volte all’interno di questa lettura, non si combatte attraverso una webcam e dietro le sembianze di un peluche: bisogna essere protagonisti della propria vita, toccare la neve con le proprie mani se si ha il desiderio di farlo, creare legami utilizzando il proprio modo di essere e il proprio carattere, prendere le decisioni fidandosi di se stessi.

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    Vittoria Masti dice:

    Questo libro parla di giocattoli, chiamati, per l’appunto, Kentuki, che sono dei peluche con al loro interno una videocamera collegata a dispositivi di persone in giro per il mondo, che perciò possono spiare il possessore del Kentuki quando vogliono. Quest’ultimo non sa chi sia la persona che controlla il gioco.
    Il libro presenta quindi le esperienze delle persone con questi giocattoli, sia dal punto di vista dei “possessori” che da quello dei peluche.
    Questa situazione può essere potenzialmente pericolosa, perché non si può mai sapere chi c’è dietro uno schermo, come si vede alla fine del libro. Non ci si può fidare di persone che non abbiamo mai visto e che “conosciamo” solo online, anche se sembrano amiche.
    Il libro mostra che le persone preferiscono osservare gli altri vivere la loro vita piuttosto che averne una propria, diventando dipendenti dalla tecnologia e isolandosi. Per questo esse perdono la capacità di avere relazioni sincere e durature.
    Mi piace molto che nel libro siano comprese diverse storie parallele, anche se all’inizio questo fatto mi ha creato un po’ di confusione. Ho apprezzato il libro, ma verso la fine è diventato un po’ pesante. Questo perché la storia mi ha fatto stare in ansia e ho fatto fatica a finirla. Inoltre il finale è stato molto inaspettato, ma non sono certa se questo sia stato un bene oppure no. Ho trovato il libro molto interessante, e mostra la verità che dietro agli schermi ci potrebbe essere chiunque, senza riuscire a comprendere le emozioni o le espressioni che solo una persona reale può darci.

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    Anna Manzoni dice:

    diventare il tuo migliore amico o il tuo peggior incubo. Molto di moda, tutti vogliono un kentuki, quindi la scelta sta nel decidere se ESSERE o AVERE un kentuki.
    Essere un kentuki significa essere colui che guarda dalla webcam del peluche; averne uno significa stare alla sorte e sperare che nel peluche che gira per casa tua ci sia un potenziale amico, e non un terribile nemico.
    Il libro presenta più storie e più personaggi che si intrecciano nei diversi capitoli, sia che abbiano scelto di essere o avere tutti sono accomunati da un kentuki.
    Ci sono persone come Eva e Emilia, una ha e l’altra è, che si vogliono un gran bene, pure non conoscendosi direttamente; poi c’è Grigor che vende connessioni di kentuki per fare soldi; c’è Enzo che è incappato in un kentuki che si rivelerà tutt’altro che un amico; e infine Alina che pur avendo comprato un kentuki decide di bloccare fin dall’inizio i rapporti con lui.
    È un libro brillante e sconvolgente, che sa far appassionare, impaurire e sorprendere. E quando avrai chiuso l’ultima pagina guarderai con occhi diversi i tuoi peluche.

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    marta lanfrancotti dice:

    I kentuki sono dei semplici animaletti di peluche. A volte sono topi o conigli ma possono anche essere corvi o addirittura draghi. Hanno delle rotelle con le quali possono muoversi, emettono piccoli versi e soprattutto hanno due telecamere al posto degli occhi. Sono diffusissimi in tutto il mondo e vengono usati da tutti, dai bambini agli anziani. Si può scegliere di essere un kentuki o di possederne uno. Unica prerogativa, avere un accesso a internet: “Un acquisto, una connessione”. Era questa la strategia di marketing del prodotto. Tramite questi curiosi animaletti si può osservare a chilometri di distanza la vita di un’ altra persona, entrare nelle parti più intime della sua quotidianità, percepirne le ansie e le paure. Oppure si può decidere di essere osservati e così di diventarne padroni. Anche se sembrano innoqui nascondono delle inquietanti realtà . Come facciamo a sapere che non ci stiano guardando proprio in questo momento?

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    Domenico Marzelli dice:

    TRAMA:
    I kentuki sono dei peluche che possono essere controllati a distanza. Tramite questi kentuki, delle persone anonime possono controllarsi tra di loro. Infatti i kentuki sono muniti di microfono e videocamera. Durante la storia saranno raccontate vicende di varie persone che, tramite i kentuki, osserveranno la vita di persone sconosciute a loro.
    Kentuki è un libro che all’apparenza può sembrare basato solo su dei robottini chiamati Kentuki, invece la storia mette in risalto il “legame” che si crea tra le persone che controllano e le persone controllate, difatti, nonostante non si conoscano tra di loro, chi li controlla riesce a provare empatia o dolore per ciò che accade alle persone controllate.
    Secondo me si riescono ad affezionare perché sono persone in fin di vita oppure che vivono situazioni complicate e trovano emozionanti le vite altrui, distraendosi dalle proprie.
    Questo libro mi è sembrato interessante, ma con una trama lenta e con un utilizzo di parole “forti” che forse, con l’intento di dare carattere alla storia, la rendono più contrastante col tema originale.
    Consiglierei questo libro a chi è interessato a storie con ritmo lento.

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    Veronica Mezzoprete dice:

    In centinaia di case stanno arrivando. Si chiamano “K”entuki, sembrano apparentemente piccoli robottini innocui, m”A” al posto degli occhi nascondono piccole telecamere che permettono ad una pe”R”sona casuale di vedere tutto ciò che accade nella vita del loro padrone. La situazione in alcuni casi è sfuggita di mano, “E” il controllo è passato dalla parte dell’animaletto, in altri ancora la loro presenza è stata fondamentale per aiutare qua”L”cuno in pericolo.
    Una delle storie che mi ha colpito è stata quella di Enzo. Egli era riuscito ad instaurare un buon rapporto con il Kentuki, “C”he aveva comprato sotto consiglio della psicologa e spinto dalla sua ex moglie perché avrebbe contribuito alla comunic”A”zione del figlio troppo chiuso in sé stesso. Erano ormai amici per la “P”elle fino a quando Enzo non ha proposto al robottino di chiamarlo per ringraziarlo di tutto quello ch”E” aveva fatto. Quest’ultimo non lo chiamò mai perché si rivelò essere un pedofilo a causa di cui padre e figlio furono costretti a cambiare casa.
    Questo libro mi ha confuso, non l’ho ben capito. Ritengo che sia un po’ caotico data la quantità di storie e il loro svolgimento; alcune vengono mantenute per tutta la durata del libro, altre iniziano e finiscono in poche pagine. Inoltre l’autore non è riuscito a tenermi incollata al racconto come un “K”oala abbracciato ad un albero, nonostante ci siano stati vari colpi di scena non mi hanno entusiasmato.

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    Mattia Cacciari dice:

    Credo che sia per me doveroso preannunciare che non sono un amante dei romanzi distopici come Kentuki. Il libro non mi è piaciuto perché credo che, nonostante l’idea di partenza non fosse male, la trama sia incredibilmente piatta e priva di avvenimenti significativi. Una delle cose che contribuisce a non farmi apprezzare questa lettura è il fatto che nel libro vengono narrate più storie, che però non si incontrano e sono fini a se stesse e molto simili, nonostante alcune differenze circostanziali. Inoltre spesso alcuni personaggi fanno azioni innaturali e veramente poco credibili che nel complesso hanno reso la mia lettura di questo libro come l’annusare un bel fiore senza che questo abbia alcun profumo. I personaggi non sono strutturati adeguatamente e molti hanno personalità particolari, che se fossero state approfondite maggiormente avrebbero sicuramente permesso al lettore di immedesimarvici.

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    Sawani Geethika Perera Sinhara Mudalige dice:

    Il romanzo kentuki di Samanta Schweblin è un romanzo che ci parla di un futuro inquietante a tratti vicino alla nostra realtà.
    Nel mondo si è sparsa la moda del kentuki. I kentuki sono dei piccoli peluche super carini e coccolosi. Ma cosa sono veramente? Essi sono delle videocamere a forma di animaletto e sono due le scelte che si possono fare a riguardo: essere un kentuki o possedere un kentuki. Essere un kentuki significa esplorare la vita di una persona sconosciuta, cosa che porta a un mix di ossessioni e curiosità nel corso della narrazione. Possederne uno significa aprire le porte ad un perfetto sconosciuto in maniera consapevole. L’autrice, nel suo romanzo, ci mostra a spezzoni l’evolversi di sei storie, ognuna con i suoi lati negativi e positivi. Kentuki è un libro che ti cattura e che ti fa vivere in prima persone le vicende dei protagonisti: vedere la neve per la prima volta, preoccuparsi per una giovane ragazza tedesca che sta facendo delle scelte sbagliate, affezionarsi a un kentuki che ti è sempre vicino… Sono tante le emozioni che si provano e le pieghe che prendono le vicende. Samantha Schweblin ha creato una storia che ci fa riflettere sul mondo in cui viviamo e sull’influenza che possiamo avere nella vita degli altri attraverso un semplice click. L’autrice tocca temi attuali a cui spesso non pensiamo, pur essendo molto vicini alla nostra realtà. Kentuki è un romanzo a tratti distopico con un presente plausibile, che ci spinge a riflettere. I kentuki infatti, servono per colmare un vuoto che si prova. Ed è così anche oggi con i social: siamo sempre più connessi e “vicini” alla vita degli altri, tanto che ci dimentichiamo di com’è che si vive veramente.
    Questo libro lo consiglio agli amanti del genere distopico e a coloro che non esitano a voler interrogarsi sul nostro presente e futuro.

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    Matilde Splendido dice:

    Ciò che ha spinto tutte queste persone a comprare un kentuki è stato niente meno della moda. Ormai è diventata la normalità agire per conto della moda, senza pensare alle conseguenze, ma questo libro ci aiuta a riflettere qualche secondo in più prima di agire. Quel peluche apparentemente innocuo, chiamato kentuki, è un vero e proprio oggetto di auto-distruzione perchè, oltre a privarti di ogni sorta di privacy, ti fa compiere opere illegali poichè spiare la vita di una persona è tutt’altro che legale. Personalmente penso che non esista privilegio più importante per una persona di avere la propria privacy, quindi teniamocela stretta!

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    Adelin Dan Alixei dice:

    Distrazione, confusione, agitazione , noia. Sono ciò che siamo diventati e che continuiamo ad essere, pensieri e anime immerse in un mondo parallelo al nostro ma astratto, che in cambio di “intrattenimento” e di una connessione più salda tra i nostri “alter ego” digitali, si nutre delle nostre emozioni, del nostro tempo, della nostra tranquillità, della nostra vita.
    Gli esseri protagonisti del libro, i cosiddetti “Kentuki”, sono la rappresentazione psicologica di come ci comportiamo e di come vediamo i dispositivi che ci connettono al mondo digitale.
    Dall’acquisto esorbitante alla cura per questi strumenti, che sembrano non solo interessanti ma pure utili, si intravede come tutti noi siamo attratti dalla novità, da quell’intrattenimento che pubblicizza l’eliminazione temporanea della noia, a costo del furto dei caratteri individuali che ci distinguono e dal tempo, che sembra scorrere senza minima importanza.
    Le ore sembrano scorrere in modo normale ed il tempo perso non sembra poi così grave, finché ci si rende conto, quando ormai è troppo tardi, che questo mondo, nato per essere ausiliare alla vita reale, prende il posto di quest’ultima, costringendoci a negligere le persone a noi più care ed il modo per noi più istintivo di relazionarci con gli altri.
    “Un giorno compri
    un giorno ami
    un giorno butti
    ma un giorno paghi
    un giorno vedrai, ci ameremo ma prima moriremo tutti come dei ratti”. Versi di Stromae, tratti dal brano “Carmen”

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    Elisa Mazzoni dice:

    La lettura di questo libro è stata molto interessante perché l’ho trovato innovativo e intrigante.
    Prima di cominciare a leggerlo avevo un’idea completamente diversa: avevo capito che ci fossero le telecamere nei peluche, ma pensavo che spiassero le persone senza che esse lo sapessero. Invece, quando ho cominciato a leggerlo, ho capito che le persone sapevano che dall’altra parte di quello che sembra un innocente peluche, in realtà si nascondevano persone che le sorvegliavano. La cosa strana però, è che chi preferiva “avere” un kentuki piuttosto che “esserlo” amava stare in compagnia del peluche pur di non stare in solitudine sebbene non avesse la minima idea di chi fosse a fargli compagnia.
    Personalmente, se mi chiedessero da quale parte del peluche vorrei stare, sceglierei il mio computer, quindi “essere” un kentuki. Preferisco questa scelta per pilotare il kentuki a mio piacimento, inoltre non mi piacerebbe “avere” un kentuki perché non saprei niente del mio peluche e questo mi potrebbe ansia e paura, emozioni che tra l’altro si ripetono molto anche nel romanzo, dove persistono storie che cominciano con piacevoli incontri con i kentuki e terminano con spiacevoli finali inaspettati. È il caso di Emilia, che inizialmente considerava Eva come una figlia, oppure di Alina che è stata tradita da Sven.
    La scrittrice Samanta Schweblin è stata molto brava a scrivere tante storie tutte diverse in cui sono protagonisti i kentuki, iniziarle, interromperle con delle nuove e poi riprenderle; infatti ogni capitolo tratta un racconto differente che poi viene ripreso più avanti.
    Inoltre, credo che la scrittrice sia stata molto abile a trasmettere il suo messaggio perché, sebbene la storia sia inventata, vuole far capire l’innovazione del mondo di oggi, di come la tecnologia sia diventata un’ossessione e di come anche i bambini ormai si trovino spesso davanti ai computer o a giocare con il telefono.

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    Ginevra Paggetti dice:

    devo dire che il libro kentuky non mi ha colpito più di tanto: non era scorrevole, c’erano troppe storie completamente distinte tra loro, ambientate in luoghi del mondo troppo diversi.  A volte quest’ultimo può essere un elemento positivo, ma in questo contesto non l’ho apprezzato.
    Ho trovato molto confusionario il modo in cui i racconti si alternavano, lasciando, a parer mio, troppa suspance alla fine di alcuni.
    Le storie venivano iniziate ma non portate subito alla fine in quanti nel frattempo ne cominciavano altre :questo  ha fatto sì che la curiosità mi spingesse a saltare le pagine e ad arrivare alla fine della storia in questione; nel caso in cui non lo avessi fatto, la mia curiosità nata in quel momento svaniva man mano che andavo avanti  con altri racconti e questo secondo me é un aspetto che nuoce alla lettura del libro.
    Ammetto però che l’idea dei kentuky è molto carina, innovativa e suggestiva. Questi sono dei semplici animaletti di peluche che possono essere topi, conigli, corvi o draghi, forniti di rotelle con le quali possono muoversi, e di  due telecamere al posto degli occhi.. insomma molto bizzarri, ma altrettanto sorprendenti!
    Inoltre una “pecca” del libro è che alcune storie sono molto forti, difficili e con alcune mancanze di spiegazioni.
    In conclusione direi però che l’idea mi è piaciuta molto, ma non ho apprezzato come l’hanno inserita nelle storie, dato che a parer mio non erano un granché.

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    Charlotte Mucci dice:

    La tecnologia ha di nuovo reso la vita più semplice alle persone, invece di dover far passeggiare fuori un animaletto domestico, portarlo dal veterinario e pulirlo regolarmente, è stato creato il kentuki, ma ormai tutto ha un prezzo.
    Il mondo è diviso in “essere” e “padroni”, tantissime esperienze diverse da vari punti di vista e ognuna finisce male

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    Chiara Pelacchi dice:

    Il libro si presenta in forma un po’ strana: non si tratta del solito romanzo ma di un insieme di racconti che si intersecano tra sé: ogni capitolo interrompe la storia di cui sta parlando per iniziarne una diversa o riprenderne una già trattata. Sicuramente per capire la storia bisogna rimanere concentrati e collegare le storie, ricordando a che punto si era rimasti prima del passaggio ad altri protagonisti. È una tecnica carina ma che non appoggio molto: preferisco quando la storia è unica e posso seguire i protagonisti dall’inizio alla fine del racconto, avendo così la possibilità di affezionarmici.
    Per quanto riguarda gli argomenti trattati la storia è assai attuale e ben pensata: i kentuki, i piccoli animaletti robotici che le persone comprano perché ormai è moda e che mostrano la tua vita a persone sconosciute anche di altre parti del mondo, sono paragonabili ai nostri dispositivi elettronici, in primis ai cellulari che tutti abbiamo e ai social dove mostriamo noi stessi senza sapere realmente a chi arrivano i nostri dati, le nostre informazioni, le nostre foto. Il libro cerca di mettere in luce i pericoli che corriamo ogni giorno perché sebbene dall’altra parte dello schermo si possa trovare un’adorabile vecchietta senza alcuna cattiva intenzione (come succede in uno dei racconti), allo stesso modo può darsi ci sia un qualsiasi malintenzionato, e noi che siamo dietro al nostro schermo non ce ne accorgiamo o magari, superficialmente, neppure ci pensiamo. Inoltre ultimamente l’età di chi ha questi dispositivi sta diminuendo sempre più, ma sempre il libro mostra come i piccoli non sappiano cosa hanno davanti, e quando per loro il kentuki (assimilabile al cellulare) è solo un gioco, stanno in realtà dando informazioni su se stessi a semplici sconosciuti.
    In conclusione ritengo che, sebbene la forma con cui è scritto non mi sia molto piaciuta, sia un ottimo libro poiché mostra, attraverso un’allegoria, la realtà di oggi e i pericoli che noi tutti, dal più giovane al più anziano, giornalmente corriamo senza nemmeno accorgercene.

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