Primo Bacio, Primo Libro. Di Nicolas Cunial

Primo bacio:
Nonostante la bassa statura dei miei 11 anni, dovevo aver fatto colpo grazie al mio inelegante ciuffetto ossigenato e la giacca di jeans su Jessica*, giacché mi era arrivata voce che avrebbe voluto mettersi con me. Al tempo per una decisione simile non serviva nulla più del nome, mica ci si frequentava prima di prendere certe decisioni: se una/o ti piaceva ti facevi bastare quello come base per il “fidanzamento”. Francine era in terza media, due anni più grande dello scrivente, e sebbene non l’avessi mai notata prima, non appena la cercai per capire chi fossi tirai un sospiro di sollievo vedendo quella che senza grandi esperienze di gusto ritenevo una bella ragazza.
Eravamo in biblioteca, lei con il suo gruppo di amici tutti più grandi di me, anche loro ancora bambini, ma nel mio immaginario già aventi diritto al ruolo di adulti. Le inviai il classico biglietto “vuoi metterti con me sì/no/non so” e croce sulla risposta. Giunse il sì. Andai da lei e le chiesi di uscire fuori un momento per parlare. Cominciammo a scendere le scale a chiocciola per uscire dall’edificio quando mi prese la mano, io mi voltai e in barba alla mia ignoranza delle regole basilari dell’ingegneria del limone, la baciai sospingendo a ritmi tellurici la lingua nella sua cavità orale. Fu il bacio più duro e incosciente, il più atteso e meno previsto. Memorabilmente difettoso.
*nome di fantasia, ché di quello vero non sono granché sicuro.

Il primo libro:
Dopo aver passeggiato per le vie del centro di Treviso e aver bevuto un the inglese con latte, il mio padrino di cresima, che sarebbe diventato il mio padrino letterario, mi portò in libreria. Scelse per me, dopo ore di conversazione, un libro per cui nutro da allora un affetto simile a quello che si prova per un amico di vecchia data: I nostri antenati di Italo Calvino, libro che raccoglie Il visconte dimezzato; Il barone rampante; Il cavaliere inesistente. Cominciai, come suggeritomi dal mio padrino, con la seconda delle tre novelle, abbandonandola solo dopo poche decine di pagine. Mi sembrò però di fare torto al mio padrino e a Calvino, così dopo qualche settimana ripresi in mano il libro, non prima di aver relegato l’epica rampante, nella mia memoria, sotto una coltre di Diabolik, Topolino e romanzi horror della serie Piccoli Brividi. Questa volta, senza nemmeno una ragione precisa e in completa autonomia, mi immersi nuovamente nella lettura del libro a partire dalla prima storia, quella di un certo Moscarda, visconte di Terralba.
Due giorni, appena due giorni ci misi per terminarlo e mi venne quasi da piangere, pensavo che non avrei più letto un libro così straordinario e che la vita avesse raggiunto il suo picco di piacere con quelle poche e svelte pagine. Fortunatamente non fu così (e lo stesso Calvino me lo dimostrò più volte), ma la sensazione che provo ancora oggi quando vedo quel titolo è al profumo di gratitudine per un mondo che da allora non è più stato lo stesso.