Primo Bacio, Primo Libro. Di Paola Zannoner

 

Primo bacio
 
Tredici anni io, quindici lui, il figlio del dottore. Avevo finito la terza media,  ero al campeggio con i miei, erano gli anni Settanta dello scorso secolo e avevo finalmente un ragazzo. 
Proprio in quell’anno, un nuotatore aveva vinto sette medaglie d’oro alle Olimpiadi. Era uno schianto, si chiamava Mark Spitz e mi pareva che il figlio del dottore gli somigliasse: anche lui bruno, abbronzato, sorriso bianchissimo che in quegli anni era firmato Colgate.
Alle sei in punto, il dottore arrivava all’ambulatorio del campeggio e annunciava la sua presenza all’altoparlante. Io che mi stavo già preparando da un’ora, sfrecciavo verso la direzione con i capelli freschi di shampoo, lunghi giù per la schiena, e già a metà strada lo incontravo, il mio Mark Spitz della Maremma, in polo bianca e jeans corti. 
Ci stringevamo le mani, ci baciavamo sulle guance e poi camminavamo mano nella mano, sotto i pini e il coro delle cicale di un’estate infuocata. Parlavamo, ma non ricordo niente, invece ricordo benissimo il frinire assordante e anche il sudore che si attaccava alla schiena per via del manto di capelli. 
Ero molto fiera di un completo color giallo limone appena comprato in un negozio di roba da mare, e con quello indosso decisi che avrei baciato. Corsi al solito appuntamento in direzione, e ci trovammo sotto i soliti pini, tutti e due assai frementi. Uno di fronte all’altra, mani nelle mani, era giunto il momento. Io chiusi gli occhi perché mi sembrava che così si facesse, e mi tuffai in avanti, come in mare. Lui a quel punto mi lasciò le mani e mi abbracciò, e  disastrosamente mi baciò, con una ventosa che mi si attaccò alle labbra. Occhi stretti, io provai a scostarmi, mentre lui tentava invano di farmi partecipare. Ma non sapevo come funzionasse, e alla fine mi staccai brusca e abbastanza nervosa. 
Pensai soddisfatta che comunque avevo baciato un ragazzo, avevo chiuso con l’infanzia. Non potevo immaginare che qualche anno dopo sarebbe arrivato quello che avrei baciato con gusto e con furore, e in quel momento considerai il bacio una concessione e anche una noia. Mi avviai verso la direzione senza nemmeno dargli più la mano, accompagnandolo da suo padre, il dottore.
“Ci vediamo domani” disse lui, ma io sentivo nelle orecchie quella canzone che dichiarava con arroganza “eppur mi son scordato di te” e gli annunciai che il giorno dopo sarei andata da una zia, a Talamone. 
 
 
Primo Libro
 
Il primo libro che ho letto è stato Pinocchio. Era obbligatorio, quando ero bambina. E comunque a me piaceva perché era una storia un po’ cupa , dai risvolti neri, con impiccagioni, tentativi di assassinio e di condanna al rogo, e mi deludeva un po’ alla fine, quando Pinocchio diventava bambino: mi pareva una punizione invece che un trionfo.
Così, il primo libro che ho sentito mio è stato “Piccole donne” di Louise May Alcott, come per quasi tutte le donne della mia generazione e anche prima. Noi che siamo diventate femministe eravamo tutte Jo, l’intrepida, la narratrice, l’aspirante scrittrice.
Ma il primo libro che mi ha davvero fatto cambiare idea sulla letteratura è stato “Un albero cresce a Brooklyn” di Betty Smith. Perché fino a quel momento avevo letto soltanto classici, compreso Piccole Donne, ambientato nell’Ottocento americano, e io ero una ragazza della fine del Novecento italiano, europeo.  Betty Smith raccontava una storia più vicina a me, al mio mondo, ai miei sentimenti. Non era proprio un romanzo contemporaneo (è del 1912), ma raccontava di una ragazzina  in cui potevo rispecchiarmi: senza un centesimo in tasca, Francie vende  pezzetti di stagnola, gironzola per il quartiere, si becca maldicenze, critiche, ma lei si sente come l’albero che cresce tra il cemento e che “ama la povera gente” e per sollevare i suoi allegorici rami verso l’alto, Francie va in biblioteca dove  si è ripromessa di leggere tutti i libri, in ordine alfabetico. Più chiaro di così!