Primo Bacio, Primo Libro. Di ALESSANDRO Q. FERRARI

 

PRIMO BACIO

Ho sempre mentito riguardo al mio primo bacio. Ho mentito per necessità, perché se avessi ammesso che non avevo mai baciato, ne ero sicuro, nessuno avrebbe voluto farlo. Ho mentito per pudore, perché consideravo molto imbarazzante arrivare a 19 anni senza aver mai baciato. Ho mentito per coraggio, perché se mi fossi convinto di averlo già fatto avrei potuto farlo di nuovo. Ho mentito così tanto da aver quasi dimenticato quando è stata la prima volta, anche se la prima volta è stata sul tavolino di un bar accanto all’università. Erano giorni che parlavamo, lei e io, ci eravamo conosciuti a una lezione di latino. “Questa è la lezione di latino?” mi aveva chiesto. “Sì,” avevo risposto. Lei aveva capelli corti, una personalità gigantesca, un fuoco che avrebbe potuto alimentare il sole. A volte bruciava anche come il sole. Si ricordava tutti i libri mai scritti, sapeva a memoria brani interi di Twin Peaks e profumava di vaniglia. Il suo secondo nome era Arianna. Era fidanzata. Quel giorno davanti a noi c’erano due cappuccini da mezza mattina, mancavano ancora ore di lezione. Parlavamo di argomenti molto alti, il tuo viso è così bello, ho pensato ma non ho detto niente. Era fidanzata perciò non ho detto niente. È stata lei a scaraventarsi oltre il tavolo, ad afferrarmi la faccia con le mani. A baciarmi come un incidente. Me lo ricordo bene perché quel bacio assomiglia a quelli inventati ma ha più conseguenze. Credo sia questa la differenza, le cose vere continuano a restare con te, il loro effetto perdura. Per i più scandalizzati, lasciò il suo ragazzo e noi restammo insieme otto anni. Ma non le ho mai detto, mai confessato che quello era stato il mio primo bacio. Touché. Curiosamente, quel bar è sparito dalla realtà subito dopo il nostro bacio. Non riesco nemmeno a ricordarmi perché. C’era, andavamo spesso a pranzo lì, poi non c’è stato più. Che cosa è diventato dopo? Ho paura che non sia mai esistito, ho paura di essermelo inventato.

 

PRIMO LIBRO

Io di libri conoscevo quelli che mi passavano. Mio padre mi leggeva Momo prima di dormire, la mia insegnante Attilia aveva riempito l’armadio della classe di volumi, l’ex professoressa con il marito malato di Alzheimer, d’estate affittavamo una stanza in casa sua, mi regalava polizieschi in inglese. Per il resto, andavo in libreria solo per i testi scolastici. Non avevo capito che conteneva tesori. Almeno fino all’università. Incredibile come tutte le mie prime volte siano così tarde. A quell’epoca studiavo e facevo due lavori. Davo ripetizioni a una ragazza che viveva a Milano. Maria. Prendevo il treno da casa dei miei genitori, in provincia, e andavo da lei tre volte a settimana. Il viaggio durava più di un’ora e io leggevo. Un giorno un amico, un attore di teatro, parlò con la mia ragazza, quella del primo bacio, del Giovane Holden. Io ascoltai la loro conversazione con invidia e risentimento, come un bambino che cerca di capire il funzionamento di una giostra. Non sapevo niente di Salinger eppure avevo sentito quel titolo tante volte. Il Giovane Holden. Così andai in libreria da solo, ma invece di prendere il Giovane Holden, sono sempre stato un bambino diffidente, presi un altro libro di Salinger. Franny e Zooey, che nessuno di loro, la mia ragazza e l’attore, aveva nominato. Lo lessi in treno, lo lessi camminando. E per la prima volta, è questo, no?, per la prima volta le cose ebbero senso. Mi accorsi che c’ero io dentro quel libro. Che parlava a me e che io, quando scrivevo, potevo parlare alle persone come me. È iniziata così, dopo centinaia di libri letti, su un treno per casa di Maria, con uno preso per ripicca. Perché in fondo la prima volta non è un numero.