Primo Bacio, Primo Libro. Di Andrea Gasparri

Primo Bacio

Son sempre arrivato tardi, io. Sempre un po’ dopo di tutti quegli altri, io. Che alle medie c’erano certi soggetti che erano in classe con me e dimostravano il doppio dei miei anni. C’avete presente quello in classe in terza media che sembra uno di quinta elementare? Beh quello ero io, e sul muro della 3° E campeggiava una scritta: Chi legge è il Gasparri. Quell’aura da disadattato con gli occhiali più grossi della faccia e un dismorfismo impresentabile mi accompagnarono fino ai primi anni delle superiori, quando finalmente anche il mio corpo decise di mettersi al passo coi tempi, di aggiornarsi. Arrivò tutto insieme. Il rock, i capelli lunghi e quegli sguardi che ti fanno scaldare le orecchie e non sai come gestire. Arrivò tutto d’un botto, senza aver fatto manco un briciolo di esperienza, a diciassette anni suonati da un bel pezzo. Fu lei a fare il primo passo vedendomi alle gare d’atletica della scuola. Lei più giovane di me di un paio d’anni. Le avevo rivolto la parola sui blocchi di partenza della corsa a ostacoli e l’avevo fatta ridere con un’uscita delle mie. Mi vidi arrivare alla stazione le sue amiche a braccetto che mi chiesero se io ero proprio quell’Andrea. Risposi di sì e loro storsero un po’ la bocca. Beh non dovevo essere proprio il loro tipo. Ma che tipo ero? Boh, non lo sapevo manco io dato che in quell’angosciosa fase di transizione, dove i miei referenti estetico-culturali andavo da gli Zombi di George Romero a Tekkaman, da i beautiful looser di Belli e dannati a Lupen III, mi foggiavo di un abbigliamento che, per dirla alla Dylan Dog, più che altro era una divisa: una lunga e nera palandrana appartenuta al mio nonno ferroviere, una camicia a quadri neri e rossi, jeans strappati sui ginocchi e anfibi di cuoio. Un cialtrone.
Le crudeli ambasciatrici anni novanta mi misero in mano una ferale verità: tu piaci a Ilaria (nome di fantasia per pietà della protagonista). E ora che si fa? Beh dovrei vederla! Dovrei chiamarla. Certo tornai a casa con il cervello in subbuglio. Escogitare un piano fu semplice. L’indomani l’avrei aspettata all’uscita della scuola e così fu. Pochi preamboli e tutto un ronzarsi intorno per trovare le parole giuste per intavolare uno straccio di conversazione. Macchè. Ancora una volta fu lei a fare il primo passo, afferrandomi per la collottola e tirandomi a sé. Io mi ritrovai incollato alle sue labbra con la stessa modalità e espressione di una musata sul parabrezza di una macchina in frenata. L’unica cazzata che mi venne da dirle fu “ehm, sai alla ragazza con cui stavo prima non piaceva baciare con la lingua” Mi smascherò con uno sguardo. Imparai in quell’istante che gli occhi possono di più delle parole. E che ero un cazzaro bello e buono che a 17 anni ancora non aveva pomiciato. I due giorni successivi fu tutto un cercarla ovunque per avvinghiarmi in lunghe maratone limonistiche. Due giorni durò la povera Ilaria, che a quindici anni aveva almeno 5 anni più esperienza di me. Due giorni e poi mi mollò per telefono. “Andrea, ciao. Ti ricordi la festa a casa mia di questo fine settimana? Beh meglio se non vieni”. Booom. Mica avevo comprato un anellino con due spiccioli al mercato di San Lorenzo… Naaaa. Mica ero andato a farmi mettere a posto i capelli per l’occasione… Naaaa. Mica avevo chiesto consiglio a mia sorella per sembrare più presentabile. Macchè. Naaaa. Mi sa che me ne andai a pescare di frodo col mio amico Francesco, quel fine settimana lì. “Perché sai Francesco, e chi le capisce le donne”.

Primo libro
A casa mia i libri erano degli oggetti che destavano un certo sospetto. Ce n’erano di due tipi: quelli che servivano a riempire dei ripiani alti dei mobili della sala, e quelli del babbo. I primi se ne prendevi uno venivano via tutti insieme… polvere e tempo li avevano calcificati in un unico solido blocco bibliografico. I secondi erano pallosi fin dalla costola. Una volta mi ricordo venne un tipo a casa che riuscì a vendere a mia madre un’intera enciclopedia delle religioni… Tutta rilegata e con le incisioni in oro. L’aprii una volta alle medie per fare un ricerca su Budda. Credo. E allora io ero un ragazzo immerso nella natura. Poco pensiero e molta azione. Pesca di frodo col mio amico Francesco. Fughe per boschi e colline. Invenzioni strampalate nell’officina dello scantinato e pozioni magiche mischiando i prodotti per le pulizie. A dieci anni il mio più fedele compagno era un coltellino da cintura col manico in corno di cervo. Se qualche libro era passato in camera mia era stato per puro obbligo scolastico e non aveva lasciato nessuna traccia memorabile in quell’infanzia dorata e bucolica. Poi un giorno mi capitò in mano questo piccolo volumetto in quarto, brossurato con una copertina minimal e un disegno che ricevette tutta la mia approvazione: un tipo secco rifinito spaparanzato sul ramo di un albero. Si trattava di Nuove storie dell’anno Mille di Tonino Guerra e Luigi Malerba. Lo leggevo la sera a voce alta con mia madre che faceva le faccende e correggeva la mia stentata lettura da dislessico. Le ghignate che mi son fatto con Carestia, Millemosche e Pannocchia, trasportato in un improbabile medioevo alla Brancaleone. Mia madre che preparava il soffritto per la cena e questi tre individui che sognavano di immergersi in banchetti luculliani ritrovandosi immancabilmente a ciucciare sassi. Credo sia stato l’unico libro che ho riletto più volte e che ogni tanto riprendo in mano sfogliandolo quasi che il fruscio delle pagine possa far scaturire di nuovo quell’atmosfera felice e gioiosa delle sere di ottobre di un secolo fa.