Primo Bacio, Primo Libro. Di Chiara Trevisan

 

PRIMO BACIO

Io: non sono sicura, è un passo importante
Lui: ma sì, vedrai che ti piacerà
Io: non so se sono ancora pronta
Lui: fidati di me, troviamo un posto nascosto.
Io: forse non me la sento
(ad lib.)
Io e il mio migliore amico (e ostinato primo amore) ignoriamo che il nostro scambio sia stato udito dalla nonna, affacciata alla finestra del primo piano sul lavatoio. Lei, madre di mio padre, che a vent’anni le aveva annunciato il mio inaspettato arrivo al mondo, capì quello che la paura le fece capire. Si prese uno spavento epico. Mi chiuse in casa, mi impedì di uscire in cortile con gli amici o andare in spiaggia oltre la strada, e mi intimò di fare i bagagli: avremmo trascorso il resto della vacanza nella casa di campagna a Portogruaro. Senza discussione, saremmo partite il giorno dopo.
Scattò immediata la solidarietà della migliore amica che, con la scusa di consolarmi, contrabbandò un bigliettino per Lui. Appuntamento l’indomani all’Ufficio Spiaggia n°9, con il pretesto della corsetta mattutina.
Il giorno dopo attendo invano sul bagnasciuga per mezz’ora, rientro mesta mesta e lo trovo al balcone: mi aveva aspettato sul lato della strada. Siamo due scemi. Corriamo per le scale, ci rifugiamo sull’ultimo pianerottolo, nel sottotetto. Riprende la conversazione del lavatoio, ma stavolta so che, complice la fretta, l’ultima occasione e la clandestinità, l’avrà vinta lui. Mi scocca un bacio sulle labbra. “Ho fatto il primo passo – dice – Il secondo tocca a te”. Siamo pari: anche lui, più grande ed esperto, trema quanto me. Il bacio vero arriva dopo poco, ed è una cosa da film: i corpi appiccicati, il rimbombare dei cuori, gli occhi aperti, poi chiusi, poi aperti, il fiato corto. Mi faccio teatralmente scivolare dalle dita il bigliettino su cui ha scritto il suo numero di telefono (sarà la benedetta amica a recuperarlo per me).
Baciare, lì per lì, non è una gran cosa. Più che altro è scivolosa. Ma i suoi respiri affannati sul mio collo, tra un round e l’altro del combattimento fra lingue, sono il premio.
Due ore dopo, la nonna furiosa mi scaraventa in macchina. Nel pomeriggio, in campagna, mi viene il mio primo ciclo. Tutto sommato, sì, ero pronta.

PRIMO LIBRO

Natale fine anni ’70. Ho appena imparato a leggere decentemente. Mio padre trascorre ancora il momento della buonanotte alternandosi sul letto mio e di mia sorella, per leggerci la novella del giorno. I regali ci aspettano sotto l’albero, alla mattina. Abbiamo divieto tassativo di alzarci prima delle 7. La notte, l’alba, l’attesa con un paio di forbici sul comodino, l’adrenalina.
Dopo aver spacchettato, prima del pranzo con i parenti, la mattina è dedicata a goderci i doni.
Mi rivedo seduta sul puff del soggiorno, mentre fisso avidamente la batteria, con i rullanti rossi e sfolgoranti, appena montata. Ma solo a tratti. Perché lo sguardo è attirato dalle pagine del libro che ho fra la mani. “Sandokan”, nella versione illustrata con i fotogrammi dello sceneggiato tv con Kabir Bedi. Il primo libro esclusivamente mio. Leggo avidamente, in cerca dei passaggi che mi piacciono di più. Affronto tigri, mi nascondo nella giungla, affilo un kriss, vengo baciata, ferita, trasportata fra le braccia, muoio, e poi non ho più niente da perdere contro l’odiato Brooks. Parole e fotografie, e i tamburi di Mompracen hanno il suono della batteria su cui mi scatenerò quando avrò girato l’ultima pagina.